La nevrosi delle "ottave":
Il brutto della musica romantica pianistica
Gioachino Rossini affermava di essere un pianista di terza categoria. Io, quindi, mi classifico molto al di sotto della terza. Una delle mie debolezze è la “tecnica delle ottave”. Non mi sono mai impegnato ad apprenderla e non nutro alcun rimpianto per questo. Le ottave, e ancor peggio le doppie ottave, mi paiono un espediente retorico piuttosto volgare.
Quale persona dotata di un minimo di buon gusto può mai desiderare di produrre al pianoforte raffiche e mitragliate di ottave, come richiedono così tante
composizioni ottocentesche? Ma per fortuna, esistono generi musicali in cui le ottave appaiono solo raramente. Per esempio: chi ha mai visto un pianista jazz produrre scariche di ottave? Perché
no? La mia risposta è che il jazz è davvero una cosa seria!
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Il mio caro amico Roberto Corrent, preclaro esperto di musica classica della Radio Svizzera di Lingua Italiana aggiunge questo commento:
Se amiamo il circo, è probabile che il Primo di Čajkovskij con Horowitz e Toscanini rientri tra i nostri favourites, ma non nei miei: mi presto all’ascolto come uno studioso si china sulle
malefatte di Himmler. Ci sono compositori che hanno scritto passaggi di ottave redoutables che però sono funzionali a una precisa e giustificata (secondo me) intenzione estetica: ad esempio
Chopin nella parte centrale della sua celeberrima Polonaise op. 53. Il problema sono gli “interpreti” di questa pagina! Già negli anni ’40 dell’Ottocento c’erano pianisti che suonavano questi
passaggi a velocità della luce “semplicemente perché ‘posso’ farlo” (riprendo un’espressione di un pianista di oggi, Igor Levit: bravissimo, ci mancherebbe, ma dirmi in un’intervista che suona i
movimenti veloci delle Sonate di Beethoven ‘velocissimi’ solo perché è in grado di farlo, mi sembra un indicatore di persona ‘relativamente’ intelligente – cosa che aveva già molto ben compreso
Camille Saint-Saëns!). Il povero Fryderyk ne era sconcertato: quello non voleva essere un banco di prova per esibizionisti delle ottave, e a questo tema aveva già dedicato uno (uno! non mille)
Studio (op. 25 n. 10).