Suicidio e suicidio assistito

 

Con la nascita veniamo scaraventati nel mondo, senza il nostro consenso. Non è possibile venir consultati preventivamente ed avere voce in capitolo. A pensarci bene mi sembra poco comprensibile che, una volta messi al mondo senza il concorso della nostra volontà, non si voglia avere alcuna voce in capitolo nemmeno per quanto riguarda la fine della nostra vita. Pare proprio che tutti (o quasi tutti) preferiscano affidare totalmente al caso le circostanze e la causa della propria morte – e si sa bene quanto il caso possa essere irriguardoso delle nostre esigenze, dei nostri desideri e possibili preferenze.

 

Il suicidio, assistito o meno, altro non è che un modo di affermare la nostra volontà. Un modo di dire: la vita mi è stata data, l’ho sperimentata, ho verificato cosa sia e adesso ne ho abbastanza e sono pronto a chiudere l’esperienza.

 

Sarebbe anche il caso di spiegare a chi si dichiara “pro life” che essere “pro life” vuole anche dire, inevitabilmente, “pro death”. La nascita ci condanna non solo a vivere, ma anche a morire; ed è noto quanto esecrabile sia considerato questo inevitabile evento. Non mi sorprende quindi che qualcuno, parte di una minima minoranza a quanto sembra, desideri intervenire in quel piccolo spazio che, per fortuna, è lasciato disponibile alla nostra volontà. 

 

Morire inevitabilmente dobbiamo. Può essere ragionevole volere almeno decidere dove, come e quando.