L’inflazione del “cazzo”
(ovvero, lo sbiadimento del volgare)
Confesso senza vergogna di avere una certa inclinazione naturale verso il linguaggio colorito; quando la situazione lo richiede, sarei
sempre pronto a stappare un turpiloquio d’annata. Uso il condizionale perché, in realtà, nessuno tra le persone che mi conoscono lo ha mai sospettato. E la ragione è semplice: la mia natura più
autentica deve restare in clandestinità. Non per decenza, ma per mancanza di materia prima. Le parolacce italiane, da alcuni anni, sono state letteralmente svalutate, come la lira nei suoi
momenti peggiori: inflazione galoppante, tassi fuori controllo, mercato del volgare completamente drogato.
Ormai vengono usate dappertutto, sempre e comunque, spesso senza alcun bisogno, a volte persino come punteggiatura abusiva. Non è raro
sentire qualcuno dire: “Io, cazzo, non avevo voglia di cazzo andare al cinema e allora, cazzo, me so’ fatto una canna”. È così che le parolacce hanno perso vigore, grinta, incisività. Che senso
avrebbe, per me, usarle? Sarebbe come urlare “al lupo al lupo” in un recinto di pecore sorde. Si è verificata un’autentica svalutazione del turpiloquio, una crisi economico-lessicale: troppa
offerta, zero domanda. E noi, poveri parlanti, siamo diventati insensibili come dopo un’anestesia locale.
Il problema è che l’italiano, quanto a volgarità veramente efficaci, non è ricchissimo. Tutto si riduce a poche unità lessicali forti che, a
suo tempo, andavano usate con parsimonia e soprattutto strategia. Ora, a meno di rifugiarsi in espressioni dialettali comprensibili solo entro un raggio di quindici chilometri dal bar principale
del paese, non ci resta molto. Insomma – e qui mi ripeto per amor di enfasi – l’abuso ha letteralmente consumato l’effetto del turpiloquio. Non fa più male a nessuno. È come tirare una fiondata
con l’elastico rotto.
Il risultato? Un serio impoverimento della lingua. Le lingue hanno bisogno delle parolacce: sono vitamine emotive, sfoghi indispensabili,
fondamentali valvole di sfogo. Ma oggi, quando davvero perdiamo le staffe, quando siamo fuori dalle grazie di Dio e magari anche fuori dall’ultima briciola di pazienza rimasta, non abbiamo più la
parolaccia giusta da lanciare come un dardo. Ci ritroviamo disarmati, linguisticamente nudi. Un dramma.
A questo proposito ho un ricordo della scuola media che oggi suona quasi mitologico. Un mio compagno, vedendo avvicinarsi un altro, gli
lanciò senza motivo un elegante “che cazzo vuoi?”. Ricordo ancora la detonazione emotiva che produsse. Eravamo a Terni, Umbria geografica ma Lazio linguistico, una zona dove l’educazione alla
risposta pronta è considerata forma d’arte. E infatti la reazione fu immediata: “Burino, cafone e marruano! D’ora in poi, quando parli con me, devi stare zitto!”. Risultato: i due non si
parlarono più per tutto l’anno scolastico. Così potente era, allora, il “cazzo”.
Oggi a ottenere un minimo d’effetto è rimasta solo la tecnica di Cetto La Qualunque: non dire “cazzo” una volta sola, ma tre, quattro, cinque di fila, a raffica metronomica, sperando che una delle botte faccia almeno scintilla: cazzo, cazzo, cazzo! Una sorta di defibrillazione semantica.