Il giudizio dei posteri
Sarà proprio vero che solo i posteri godano di una posizione privilegiata, tale da permettere loro di stabilire se un’opera d’arte sia un capolavoro o meno? E sarà vero, per converso, che il giudizio dei contemporanei non valga… un fico secco? È un’idea fragile, eppure straordinariamente persistente: uno di quei luoghi comuni che sopravvivono ben oltre ciò che richiederebbe il buon senso. La manzoniana “ardua sentenza dei posteri” meriterebbe una collocazione stabile nel museo delle illusioni estetiche.
È evidente che i posteri sono avvantaggiati quando si tratta di valutare la portata di eventi storici: guerre, politiche economiche, rivoluzioni, ecc. In campo artistico, tuttavia, la faccenda è assai diversa perché qui occorre ammettere una buona volta una verità lapalissiana: ciò che non funziona per i contemporanei, è in quel luogo e in quel tempo, un fallimento. Punto e basta. Se un artista non è in grado di corrispondere al proprio tempo, non si capisce per quale motivo i contemporanei dovrebbero sostenerlo economicamente, nell’attesa che un futuro tribunale magari lo riabiliti. L’idea che si debba fare arte per un ipotetico giudice postumo è semplicemente assurda.
Eppure, la fantasia consolatoria di numerosi artisti persiste: “oggi non mi capiscono, ma domani capiranno”. Può anche accadere, ma nessuno può garantirlo e molto spesso non accade.
La verità è che ogni epoca giudica a modo suo e ha tutto il diritto di farlo. I contemporanei di ieri erano i posteri dell’altro ieri e hanno esercitato il loro diritto di scelta, come è giusto che fosse. Oggi qualcuno proclama Luciano Berio il vero volto del Novecento, altri dicono che sia Morricone. Domani magari quel secolo sarà rappresentato dai jingle pubblicitari di Franco Godi o dalla musica dei videogiochi di Yoshino Aoki o Noriyuki Asakura. Perché no? Ma questo non dimostra che Berio e Morricone non siano stati importanti. Dimostra solo che il gusto è naturalmente instabile, dipende dal contesto e non esista un tribunale superiore, atemporale, a cui abbia senso appellarsi.
.
Se togliessimo alle epoche storiche il diritto di giudicare secondo i propri criteri, dovremmo concludere che il consiglio comunale di Lipsia, nel XVIII secolo, fosse composto da incompetenti, visto che preferiva Telemann a Bach. Ma è un’illusione retrospettiva tipica della vanità moderna ritenere che non sapessero giudicare: un'illusione che ignora come quei “presunti incompetenti” erano perfettamente inseriti nel loro sistema culturale; e sapevano leggere che leggere i saggi di Johann Adolph Scheibe (1708-76) con maggiore comprensione di quanto oggi si legga la critica musicale giornalistica, tanto ricca di vuote parole.
L’idea di un’arte “immortale”, riconosciuta tale dalla posterità è, oltretutto, ingenua e non tiene conto di quella che si chiama
“storia della ricezione”. I grandi immortali, Bach, Mozart, Beethoven, ecc., se guardiamo bene, sono immortali da molto poco tempo. E non sappiamo quanto durerà questa loro “immortalità”.
Gluck era immortale ai tempi di Berlioz; oggi è una presenza intermittente nei cartelloni operistici. Si potrebbe dire che l’immortalità artistica non sia direttamente correlata alla qualità
(i cui criteri di misura sono tutti da definire) e può essere revocata in qualunque momento. È, piuttosto, una moda che dura forse un po’ più del previsto. La storia della musica, del resto,
è un cimitero di reputazioni revocate. Antonio Sacchini occupò l’Opéra di Parigi con centinaia di repliche dell’Œdipe à Colone. Oggi non lo esegue nessuno. Meyerbeer era un
“genio” per Berlioz, Verdi e Liszt, ma pochi decenni dopo fu espulso dal canone con una rapidità imbarazzante. Se questo è il giudizio dei posteri, non è certo una sentenza: è piuttosto una
rotazione di gusto.
E noi, posteri compiaciuti della nostra prospettiva storica, ci comportiamo come se i nostri idoli fossero stati sempre tali. Bach “ovviamente” superiore, Mozart “ovviamente” centrale, Beethoven “ovviamente” necessario. Peccato che questa ovvietà non fosse affatto tale per chi viveva nel loro tempo. Ma è forse rassicurante pensare che la storia abbia finalmente compreso ciò che i contemporanei, poveri sprovveduti, non riuscivano a capire.
L’astrofisico Carl Sagan, con i suoi Golden Records lanciati nel 1977 verso l’ignoto, sembrò condividere la stessa ingenuità: l’idea che la musica possa parlare universalmente, addirittura al
di là del contesto umano, perfino a intelligenze aliene. Ma questa è solo una proiezione romantica. Estrarre “senso” da un prodotto culturale significa appartenere a quella cultura. Tutto il
resto è fantasia comunicativa. Io, per parte mia, non mi preoccupo affatto del giudizio dei posteri. Useranno i loro criteri, come è giusto. Io uso i miei che mi soddisfano pienamente. Non
vedo perché dovrei sospendere il mio giudizio in attesa di una corte d’appello che in realtà non esiste.
E poi c’è un’ultima questione, totalmente ignorata dalla cultura occidentale: il fascino dell’effimero. L’idea che ciò che conta per noi, oggi, debba contare anche in futuro è una forma di provincialismo temporale. Molte delle esperienze più intense non sono ereditabili, ed è bello che non lo siano. Il piacere di qualcosa che non tornerà mai più è una delle forme più pure dell’esperienza estetica. Emily Dickinson fu tra i pochissimo pochi a comprenderlo e ad esprimerlo efficacemente: “That it will never come again Is what makes life so sweet.”
In conclusione: la dizione “giudizio dei posteri” non esprime una legge della storia. Esprime semplicemente una narrazione consolatoria che la civiltà occidentale usa per sopravvalutare sé stessa. Come tutte le narrazioni consolatorie, prima o poi verrà archiviata — forse, ironicamente, proprio dal giudizio dei posteri.