Parliamo di Mbira, strumento africano

 

Oggi ho dedicato la giornata ad ascoltare musica africana. Non si può sempre ascoltare Mozart, gli U2 o Eros Ramazzotti. Ogni tanto occorre pure respirare un po' di aria forestiera. Per questo vi chiedo: avete mai sentito parlare della “Mbira”? Non è detto. In questo caso vi esorto ad andare in rete, per vederne l'aspetto e – soprattutto – ascoltarne il magico suono. Nel fare la ricerca, tenete presente che in zone diverse dell'Africa sub-sahariana lo strumento prende spesso altri nomi e può diventare “Likembe”, “Sansa” o “Kasai”. 

Col nome di Mbira è generalmente noto nello Zimbabwe (ex Rodesia) e in questo paese dell'Africa centro-meridionale è conosciuto e apprezzato come vero e proprio simbolo della cultura nazionale. La Mbira consiste di un numero variabile di stecche di canna o di metallo (ferro, rame, ottone) montate su di una cassa di risonanza che può avere forma e dimensioni assai variabili. L'esecutore si siede e appoggia lo strumento sulle gambe mentre con le mani, tutte e due le mani simultaneamente, lo mantiene in posizione reggendolo in modo tale che i pollici (a volte anche gli indici) possano mettere in vibrazione le stecche di diversa lunghezza (a cui corrispondono differenti note) che sono fissate sulla cassa di risonanza. Frequentemente, lo strumento viene immesso in una zucca essiccata e svuotata che amplifica di molto il suo volume sonoro. Ma non è tutto perché così come l'ho descritta, la Mbira avrebbe un suono chiaro e pulito che non corrisponderebbe al gusto degli ascoltatori abituali. Con espedienti, dunque, attorcigliando fili di ferro sulle stecche che producono le note (o mettendo dei sassolini nella scatola di risonanza, o tappi di bottiglia metallici), si riesce a dare al suono una vibrazione spuria, sporca, che a noi occidentali pare un rumore indesiderabile, ma non è così. Gli esecutori di Mbira e il loro pubblico gradiscono che al suono dello strumento venga dato “carattere”, caricandolo di una componente rumoristica. La cosa non è affatto inusuale. Consideriamo che le culture del mondo differiscono parecchio riguardo al tipo di “sound” che esse preferiscono. Per esempio: ciò che gli europei chiamano “bel canto” è cosa assai sgradevole e innaturale per gli indonesiani. Il suono ricco di vibrazioni spurie del Sitar indiano è graditissimo in India mentre lo è assai meno per noi europei, almeno al primo contatto. Il suono della cornamusa è per gli scozzesi uno dei più dolci e commoventi che possano immaginare...

 

Ma andiamo oltre. Che uno strumento di tipo melodico come la

Mbira sia tanto diffuso in Africa (non solo in Zimbabwe) rivela qualcosa di interessante sulle culture di quel continente. Per esempio, ci dice che la nostra idea stereotipa che la musica africana consista soprattutto di percussioni è inaccurata. Molta della musica africana è invece melodica, polifonica, prodotta con la voce umana, magari con quello strumento un po' arpa e un po' liuto che si chiama Kora oppure, naturalmente, con la Mbira – strumento melodico e polifonico per eccellenza. 

 

Il repertorio della Mbira mostra anche che le musiche dell'Africa raggiungono spesso livelli di complessità melodica notevolissimi, che poco o nulla hanno da invidiare ai repertori più sofisticati di altre parti del mondo (Europa, India, Indonesia). La Mbira ci fa comprendere anche, cosa non meno interessante, che pure strumenti strutturalmente semplici, prodotti artigianalmente, possono essere adoperati in modo assai complesso. In altre parole, per produrre musica bella e ricca di sfaccettatura non è  necessario appoggiarsi a strumenti che siano il risultato di una tecnologia elaborata. Non è necessario dato che la complessità e la ricchezza strutturale e formale di un brano musicale dipendono più, come dire, dall'apparato concettuale dell'esecutore che non dal suo potere disporre di strumenti meccanicamente elaborati. Se così non fosse la strumentazione elettronica avrebbe dovuto consentire ai musicisti contemporanei di fare cose assai più avvincenti di quanto non abbiano potuto fare quelli del passato. Non è stato così. Non si può sostenere che nelle più pregevoli musiche elettroniche del Novecento sia possibile esperire maggiore ricchezza di stimoli di quanto non ce ne venga dalle composizioni di Bach, Wagner o, anche, dal repertorio per Mbira praticato nello Zimbabwe. 

 

Ma chi sono i suonatori di Mbira? Sono innanzitutto dei professionisti, anche se spesso per integrare i loro guadagni esercitano “a latere” anche i mestieri più diversi oltre a quello musicale. È sicuro tuttavia che non è possibile divenire un

apprezzato esecutore di Mbira senza dedicare allo strumento una parte assai considerevole del proprio tempo e senza frequentare e studiare per anni con maestri degni di essere presi a modello. La difficoltà dell'addestramento al quale deve assoggettarsi l'aspirante esecutore deriva da diversi fattori. Uno, il più banale, è di tipo puramente atletico: l'esecutore di Mbira deve essere in grado di suonare, a volte, per ore e ore quasi ininterrottamente. Per riuscirci deve sviluppare, a poco a poco, una resistenza sia fisica che mentale adeguata a questa necessità della lunga durata; un'esigenza legata alla lunga durate delle cerimonie in cui lo strumento è abitualmente impiegato. Un'altra difficoltà da affrontare è quella intrinseca al repertorio tradizionale dello strumento. Consiste sì di pezzi facili, che sono i primi ad essere appresi, ma ce ne sono di via via più ardui da assimilare, fino ad arrivare – proprio come nella musica occidentale – a brani canonici, tanto difficili quanto prestigiosi. Esiste poi una terza difficoltà che il suonatore di Mbira deve conquistare, e corrisponde un po' a ciò che in Occidentale si dice “interpretazione” ma che, in realtà è molto di più di quanto noi intendiamo con questo problematico termine. Mi spiego, i brani tradizionali per Mbira non sono entità musicali così precisamente definite come lo sono le “composizioni” della musica europea scritta. I brani tradizionali per Mbira lasciano sempre spazio a interventi improvvisativi e variativi. 

 

Attenzione però che quando si tira in ballo la mitica parola “improvvisazione”, è difficile non generare l’immagine di una certa istintiva arbitrarietà; come se l'intervento improvvisativo potesse compiersi in totale assenza di regole e costrizioni. Ma non è mai così. L'improvvisazione non è mai anarchia che consenta al musicista di “fare quello che vuole”. Quanto e, soprattutto, “come” si possa o si debba improvvisare in certi momenti e non in altri è un qualcosa che il musicista, nello Zimbabwe, come in ogni altra cultura improvvisativa, deve apprendere lentamente e faticosamente - verificando l'efficacia dei propri interventi con il giudizio dei più esperti e con la risposta del pubblico. Se sviluppiamo una buona familiarità con questo loro repertorio, potremo allora avvertire quanto di questa musica per Mbira sia prestabilito in anticipo, quanto di essa sia il risultato di interventi estemporanei e come poi questa estemporaneità sia soggetta a regole tutto sommato assai restrittive.

 

Insomma, se si possiede la motivazione e la pazienza necessarie ad entrare nel mondo musicale della Mbira ci si rende conto di quanto sia vasto il potenziale tecnico-espressivo dello strumento. Né più né meno degli strumenti della tradizione eurocolta la Mbira può letteralmente assorbire e mantenere vivo l'interesse di chi la pratica per una vita intera. La Mbira è dunque uno strumento povero, dal punto di vista dei materiali necessari a costruirlo, e ricchissimo al tempo stesso. Consideriamo solamente, ad esempio, quanto sia interessante provare la stessa frase melodica su strumenti differenti, ma pur sempre appartenenti alla famiglia della Mbira. Perché questo? Piacerebbe forse a noi provare uno stesso brano di Chopin su pianoforti diversi, a coda, mezza coda, verticali o meno? Non particolarmente direi. Ma nel caso della Mbira l'interesse nasce dal fatto che strumenti diversi sono accordati differentemente. Ma, e ciò certamente sorprende noi occidentali, su accordature diverse vengono eseguiti tuttavia gli stessi brani. Vale a dire che gli Shona dello Zimbabwe amano sentire le stesse melodie riproposte e trasposte su scale dissimili che, alterando la distanza tra gli intervalli che le compongono, alterano così (rinnovandole in un certo senso) le stesse melodie della tradizione. Eppure, a dispetto di queste alterazioni le melodie di repertorio vengono riconosciute e apprezzate per quanto hanno di tradizionale e, al tempo stesso, per quell'effetto nuovo, fresco, inusitato che una scala un po' differente può dare loro. Tutto questo possiamo trovare nel repertorio della Mbira. Andate su YouTube…provare per credere.