Il bello del brutto e il brutto del bello

 

La riflessione che si è sviluppata nel campo dell'estetica, almeno a partire da Friedrich Schlegel (Über das Studium der griechischen Poesie, 1797) ha riconosciuto il fascino di contenuti ed esperienze perturbanti, irritanti o disarmoniche. Esistono dunque forme di “bruttezza” che, invece di segnalare l'assenza di qualità artistica, al contrario, sono tali da produrre loro stesse un'esperienza estetica significativa. A metà del Novecento György Lukàcs (Skizze der neueren deutschen Literatur 1953) ha molto elaborato questo tema e ha dato contributi che consentono di valutare l'estensione e la complessità del pensiero che nel corso della storia ha esaminato la questione. 

 

Molto meno si è scritto, in verità assai poco davvero, della “bruttezza” di quelle opere d'arte che la nostra storia ha messo sull'altare e con cui si è costruito quel “canone classico” di fronte al quale pare accettabile manifestare solo reverenza. Che siano esistiti, esistano e si producano tuttora eventi musicali che hanno avuto e continuano ad avere importanza nella storia della nostra cultura è un fatto innegabile (persiste l'uso di chiamarli “opere” e “capolavori”, dimenticandone così il carattere processuale che, con trasformazioni continue di prassi esecutiva e modalità di fruizione, ne consente il perdurare nel tempo). Ma non frequentemente riflettiamo sul fatto che il nostro concetto di “musica classica”, curiosamente, comprende anche artefatti generalmente considerati di modesta qualità: nessuno ha mai sostenuto finora, per esempio, che la Wellingtons Sieg di Beethoven sia un capolavoro (eppure lo si considera “musica classica”, sebbene si tratti di “classicità” da non prendere a modello); e mai si osserva che i tanti pezzettini-ini-ini di J.S Bach inflitti abitualmente agli studenti di pianoforte, peraltro non brutti, sono tuttavia per nulla migliori di numerosi altri pezzettini-ini-ini scritti da assai meno apprezzati autori di quel tempo come Mattheson, Marpurg, Kirnberger.  

 

Ma c'è di più e di peggio ed è possibile rendersene conto con l'ausilio dell'esperienza etnografica, con l'aiuto quindi del punto di vista che gli altri hanno avuto e hanno su noi. Quando il colonialismo occidentale non aveva ancora conquistato il pianeta, esportando e imponendo la nostra arte e il nostro concetto di arte, la musica europea non piaceva a tutti; anzi, in numerose parti del mondo appariva addirittura ripugnante. Quando fu inizialmente portata in Cina, e le persone colte di formazione confuciana ebbero l'occasione di ascoltare Mozart per la prima volta, trovarono la sua musica indicibilmente volgare. L'arte di Mozart, pensiamo alla sinfonia Jupiter, impone all'ascoltatore un ottovolante di situazioni umorali differenti. Non poteva dunque non entrare in conflitto con un'etica e un'estetica che pregiavano bilanciamento ed equilibrio simili all'atarassia propugnata da Epicuro. C'è poi il celebre aneddoto raccontato dall'antropologo Franz Boas, quello degli Inuit che ascoltano su disco musica sinfonica tedesca e, paragonandola alle loro (apparentemente) semplici canzoncine, infine affermano che “la quantità delle note non produce necessariamente qualità”; e poi l'altro famoso aneddoto raccontato dal musicologo Curt Sachs, di quel musicista albanese che definì “sempliciotta” la Nona Sinfonia di Beethoven (costruita, come tutta la nostra musica su una ripetitiva e noiosa serie di misure ternarie o binarie, senza la varietà di quei metri additivi di tipo aksák che, paiono astrusi ai musicisti eurocolti, ma sono prodotti con assoluta nonchalance dagli strumentisti dell'area balcanica). 

 

Per mantenere il senso della realtà, giova proprio guardare la nostra musica con gli occhi degli altri. Giova ascoltarla con le orecchie, cioè attraverso le categorie percettive, dei non europei di oggi e, ancor più, verificarla con i loro atteggiamenti anteriori al contagio portato dalla musica europea; quel contagio che ha indotto i paesi dell'Oriente a creare orchestre sinfoniche, mentre a noi occidentali non passa nemmeno per l'anticamera del cervello di avere a Milano, Zurigo o Stoccolma un'orchestra Gamelan o Gagaku – e poi parliamo di multiculturalismo!

 

Se ci guardiamo con gli occhi degli altri, se cioè proviamo ad ascoltare la musica del nostro “canone classico” attraverso il filtro dell'estetica che governa quella indostani o carnatica, quella del Gamelan, del repertorio Shakuachi o del Chin, è difficile non arrivare alla conclusione che noi Europei, almeno da C.P.E Bach in poi, abbiamo creato una musica che fa uso costante di effetti retorici assai plateali: pianissimo e fortissimo, crescendo e diminuendo, accelerando e ritardando. Nessun'altra cultura del pianeta ha mai desiderato esprimersi tanto crudamente. Dopo avere frequentato la musica di numerose affascinanti culture di questo pianeta, chi scrive queste righe ha addirittura sviluppato una “fobia del crescendo”. Mi è ormai difficile andare ad un concerto di “musica classica”, perché al primo crescendo che mi piove addosso nausea e vertigini arrivano immediatamente.

 

Il bello, anzi il brutto, è che questo nostro canone classico ha consolidato le sue idiosincrasie retoriche e, pur nel mutare col tempo della prassi esecutiva, la retorica di fondo permane caparbiamente. Non pare influenzabile nemmeno da quella di altre musiche, che pure tutti o quasi frequentano. Quando ascoltiamo jazz, per esempio Bill Evans, è impossibile non notare che nei suoi accordi evita di produrre la tonica, perché è già data dal contrabbasso; inutile quindi appesantirla con raddoppi. Quando invece ascoltiamo un concerto di Mozart o Chopin, e si arriva alla cadenza...quante toniche raddoppiate, e con quanta enfasi sono percosse - che pesantezza! È vero che sono scritte in partitura e (forse) non sarebbe lecito falciarle, ma si potrebbero almeno alleggerire, de-enfatizzare. Ormai il sistema dell'armonia funzionale lo abbiamo assimilato da trecento anni. Anche se la tonica non viene sparata con brutale veemenza, non c'è alcun rischio che il pubblico perda l'orientamento e non comprenda il suo carattere conclusivo. 

 

Morale della favola: parecchio di ciò che la nostra cultura induce a considerare bello, non è poi necessariamente, o integralmente tale. Mi piacerebbe se nei confronti delle arti e della musica che appartengono alla nostra tradizione adottassimo l'equilibrato realismo di quei genitori che, pur volendo bene ai loro figli, si rendono conto che non sono necessariamente i più belli, i più bravi e intelligenti al mondo; e l'altrettanto sano atteggiamento dei figli i quali, pur amando i loro genitori, si rendono egualmente conto che non incarnano la somma di tutte le perfezioni. Veniamo frequentemente esortati a conoscere altre culture senza pregiudizi. A cosa dovrebbe allora servire questa nostra apertura al mondo, se non a relativizzare le cose di casa nostra...