Beethoven trascrittore
Quanti quartetti compose Beethoven? Diciassette. Proprio 17? No, per dirla tutta e per dirla bene la risposta dovrebbe essere: diciassette più uno. Può sembrare curioso dirlo così, ma la ragione c’è. Affermare che “Ludwig van” compose 18 quartetti sarebbe infatti leggermente inesatto. Perché se ne contassi 18, sarebbe allora facile farsi sfuggire l’importante dettaglio che uno di questi è fortemente atipico nel contesto degli altri 17, perché altro non è se non la trascrizione brillante di una sonata per pianoforte: la Sonata no. 9 in Mi maggiore Op. 14, no. 1.
Beethoven fu dunque anche trascrittore. Che dire di questa attività collaterale del grande musicista? C’è da osservare innanzitutto che, Beethoven vivente, numerose sue composizioni furono pubblicate in arrangiamenti di vario tipo. Questo era un modo del tutto consueto all’epoca di far circolare e rendere popolari brani che promettevano bene. Oggi gli arrangiamenti si fanno per altri motivi, dato che alla disseminazione elettronica della musica il tipo di organico che la veicola è del tutto irrilevante. Prima che il suono potesse essere registrato e diffuso attraverso supporti e riproduttori di vario genere, l’organico era invece cruciale. In numerose famiglie della classe media ma anche nella fascia della nobiltà, specie nel mondo austro-tedesco, erano presenti dilettanti agguerriti, in grado di poter suonare quasi qualunque cosa. Questi dilettanti cercavano sì cose piacevoli, ma anche capaci di offrire loro un cimento da esibire in presenza di amici e colleghi. A volte, dunque, gli arrangiamenti di musiche beethoveniane erano prodotti dallo stesso autore il quale, peraltro, non mostrò mai particolare interesse per questo tipo di lavoro. È un’attività che assorbe parecchio tempo e, alla fine, non offre la soddisfazione di avere prodotto qualcosa di realmente nuovo. Questo non era rilevante per altri compositori, Haydn, Clementi, Pleyel, Hummel e Czerny, per esempio, spesso produssero trascrizioni di opere proprie. La scelta di tralasciare quest’attività è però comprensibile nel caso di Beethoven che aveva una concezione evolutiva della propria arte, che amava superare se stesso ogni volta che produceva brani nuovi, che spesso avevano un lungo periodo di gestazione.
L’arrangiamento per quartetto della Sonata Op. 14, no. 1 è tuttavia effettivamente, proprio di Beethoven. Cosa ne esce dal confronto dei due brani, il primo concepito per pianoforte e il secondo trascritto, dallo stesso autore per quartetto d’archi? Le particolarità tecniche che meriterebbero una dettagliata discussione sono numerose. Qui mi limito a dire che la partitura del quartetto rivela la notevole intelligenza e comprensione che l’autore aveva del funzionamento degli strumenti ad arco. Ricordo, incidentalmente, che Beethoven suonava anche il violino e si faceva dare lezioni dall’amico Schuppanzig, leader del quartetto eponimo. Philip Gosset, un importante musicologo del nostro tempo, produsse anni fa una discussione dettagliata delle due versioni di questo brano beethoveniano. In questa scheda io mi limito ad indicare due punti particolari. Il primo è che la sonata è in mi maggiore, mentre il quartetto è in fa maggiore. Il secondo si trova dunque ad un livello di intonazione di un semitono più alto. Quasi sicuramente la scelta è stata operata sulla base di ciò che le dita eseguono più agevolmente sugli strumenti ad arco. Anche se gli archi possono in caso di necessità fare anche, quasi, l’impossibile, rimane il fatto che alcune tonalità sono per loro più agibili di altre. La seconda osservazione è che, ad ascoltare la sonata, così veramente pianistica, pensata con le mani sulla tastiera, è difficile immaginarla tradotta in quartetto. Ma poi, se si ascolta il quartetto, diviene arduo richiamare alla memoria la sonata, perché la scrittura quartettistica del brano è essa stessa così idiomatica da far pensare ad una composizione originale
Ho ricordato prima che Beethoven non teneva molto a trascrivere le proprie musiche per organici differenti. Il mercato però richiedeva però questo genere di cosa. Qui intervenivano frequentemente gli amici del compositore. Tra questi Ferdinand Ries, pianista e compositore lui stesso, allievo, amico e segretario di Beethoven, nonché suo biografo. Gli arrangiamenti di Ries vennero poi rivisti dall’autore, il quale (un po’ birichino), a volte li pubblicava a suo nome. In ogni caso, pur se non entusiasta di arrangiare e trascrivere, gli arrangiamenti fatti bene, anche da altri, Beethoven li sapeva apprezzare. SI conosce per esempio la sua dichiarazione che solo Mozart era realmente in grado di trascrivere per quartetto quanto lui stesso aveva composto per il pianoforte.
In conclusione, ricordo che tra le poche trascrizioni beethoveniane, alcune sono sicuramente da tenere presente: la trascrizione per pianoforte del concerto per violino (un lavoro richiesto da Muzio Clementi) e poi quella della Grande Fuga op. 133.