Bruno Nettl ci ha lasciato

 

Bruno Nettl è deceduto nelle prime ore del 15 gennaio 2020. La notizia è subito divenuta virale nel mondo dell’etnomusicologia e in quello degli studi musicali più in generale. Alcuni necrologi sono già comparsi in rete, e certamente altri ne compariranno in varie pubblicazioni; sarà interessante vedere  se ci saranno periodici di musicologia che non commemoreranno questo studioso tanto conosciuto e apprezzato. Per tale ragione non intendo qui scrivere un necrologio che ricordi i suoi meriti e l’impatto delle sue pubblicazioni. Preferisco ricordare la persona che ho conosciuto e frequentato, il suo umorismo e, più generalmente, l’accattivante modo di trattare colleghi e studenti. 

 

Ho studiato con lui alla University of Illinois ed ebbi modo di incontrarlo già il giorno seguente al mio arrivo in campus; prima nel suo ufficio e la sera stessa, a casa sua, per un party che aveva lo scopo di dare il benvenuto ai nuovi studenti di dottorato. Per questo venne a prendermi con la sua auto. Pensava che gli italiani (viaggiavo allora col passaporto italiano) non brillassero per puntualità. Così mi raccomandò di farmi trovare all’ingresso del pensionato dove abitavo, alle sei della sera – in punto. Quello fu l’inizio.

 

Nelle settimane, mesi e anni successivi ebbi modo di conoscerlo sempre meglio. Il mio ufficio di assistente era sullo stesso piano del suo, a volte proprio a fianco. Bruno era mattiniero. Si alzava ad un’ora che per me faceva ancora parte della notte, andava in piscina a nuotare e poi si metteva al lavoro. Quando verso le 9 del mattino le persone normali come me iniziavano la giornata, Bruno Nettl aveva già sostanzialmente concluso il suo programma quotidiano, salvo l’insegnamento. Noi stentavamo a partire ma Nettl, soddisfatto di ciò che aveva già realizzato, gironzolava per gli uffici alla ricerca di qualcuno con cui discutere le notizie del giorno (che noi, non avevamo ancora letto). Era un bel disagio, pensare a tutto il daffare che ci aspettava e un imbarazzo fargli gentilmente comprendere che avremmo preferito posticipare la conversazione. 

 

Bruno Nettl, autore di così numerosi contributi da lasciar stupefatti, scrisse tutti i suoi libri e articoli con due sole dita. Non imparò mai la dattilografia, ma amava usare un tipo particolare di macchina da scrivere di cui possedeva due esemplari, casomai quello in uso dovesse guastarsi. Prima ancora che il guasto avvenisse, arrivarono il computer. Per usarlo occorreva apprendere alcune cose che Nettl si rifiutò di apprendere dal manuale allegato. Dichiarò che desiderava imparare tutto il necessario solo attraverso la “tradizione orale”. Vale a dire, con l’aiuto dei suoi colleghi e degli assistenti. 

 

Io provenivo dall’Europa e, forse per questo, trovai il suo stile di insegnamento assai informale, sciolto e amichevole. Non saliva ma in cattedra. I professori americani sono spesso così, ma Nettl lo era al punto di arrivare qualche volta alle lezioni del mattino in pantofole. Quando nei seminari si sviluppava una discussione, Nettl era capace di estremo tatto se dicevamo qualcosa di inesatto; riprendeva senza mortificare, senza umiliarci di fronte agli altri. Anzi, quasi ci si sentiva lusingati di ricevere direttamente e personalmente da lui qualche dritta. Quello che allora ignoravo è che in quelle conversazioni durante i seminari e poi al bar dietro l’angolo si stava costruendo un rapporto che sarebbe durato fino al giorno della sua scomparsa. Infatti, Nettl aveva la capacità di trasformare i suoi studenti in amici con i quali amava rimanere permanentemente in contatto, sempre pronto a dare suggerimenti e ad aiutare.  

 

Ciò non vuol dire che non fosse severo. Lo era, proprio perché desiderava che i suoi studenti facessero carriera. Infatti, è semplicemente straordinario osservare quanti di loro siano divenuti visibili e importanti negli studi di etnomusicologia. Tra gli altri, solo quelli che ricordo meglio perché meglio conosco quanto hanno prodotto, sono: Gerard Béhague, Ali Jihad Racy, Christopher Waterman, Virginia Danielson, Stephen Slawek, Margaret Sarkissian, Melinda Russell, Victoria Lindsay-Levine, Carol Babiracki, Ted Solis, Samuel Araujo e, naturalmente, Steven Blum e Philip Bohlman. Da ultimo, ultimo in tutti i sensi, c’ero io. Non credo di avere risposto sempre alle aspettative di questo straordinario maestro. Lui ignorava, allora era un mio segreto, che contemporaneamente all’etnomusicologia investivo un’arte significativa del mio tempo a produrre arrangiamenti di popular music. Alcuni anni fa, chiacchierando con Margaret Kartomi, lei mi chiese, sorridendo, come facesse Nettl ad avere così buoni studenti, era lui ad attirare i migliori, o sapeva condurli lui ad un livello di eccellenza? A few years ago, while chatting with Margaret Kartomi (Professor of Ethnomusicology at Monash University, Melbourne), she asked me with a smile, “How does Bruno do it? he either seems to recruit the best student, or he makes them good!”. Una cosa è sicura, Bruno Nettl riusciva sempre a contagiarci di curiosità ed entusiasmo. Ricordo come alla prima lezione di un corso sulla musica Carnatica, disse che in quella occasione, avremmo cominciato ad apprezzare la musica più bella del mondo!

 

Un bel giorno Nettl ebbe modo di fare una conferenza davanti all’allora Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. Al ritorno, Bruno commentò che finalmente avevamo un presidente che sapeva dell’esistenza dell’etnomusicologia. `

 

La vita di questo straordinario studioso ebbe un inizio drammatico, come quella di altri ebrei che dovettero fortunosamente lasciare il loro paese (lui era di Praga) ed emigrare in America. Nettl non ne parlava mai. In sola occasione mi raccontò come con i suoi genitori, aveva allora nove anni, si dovette nascondere sotto le panchine di una stazione ferroviaria austriaca, per evitare di essere preso dalla polizia. In quel momento gli altoparlanti della stazione diffondevano il Concerto per violino di Mendelssohn. Aggiunse che nel riascoltare quel concerto, sempre riviveva quel pauroso momento. Ma alla fine ce la fece e sbarcò negli Stati Uniti.

 

Il padre di Bruno, Paul Nettl (1889-1972) era lui stesso un musicologo ben conosciuto. Paul divenne presto professore all'Indiana University. È lì che Bruno studiò con George Herzog (1911-1983) e decise infine di scrivere una dissertazione di dottorato sulla musica degli indiani d’America. Bruno mi raccontò che suo padre, studioso dei classici viennesi, era tutt’altro che entusiasta della scelta, ma alla fine augurò al figlio di potersi guadagnare da vivere con questa, per lui, curiosa specializzazione.

 

Questi sono i ricordi e i pensieri che mi sono tornati alla mente nell’apprendere della sua scomparsa. Sicuramente altri me ne verranno col tempo. Una cosa posso dire con sicurezza, che nessuno – salvo i miei genitori – ha mai influenzato la mia vita così tanto e così positivamente quanto Bruno Nettl. In tutto ciò che fatto nel campo dell’etnomusicologia, c'è sempre qualche traccia delle sue idee o di idee nate dal confronto con le sue. Ciò non vuol dire, naturalmente, che fosse sempre approvasse la trasformazione dei suoi input che a volte producevo, e quando accadeva sentivo il bisogno di riflettere. 

 

Scrivendo queste righe ho cercato di descrivere ai miei amici e colleghi della Società Svizzera di Etnomusicologia, cosa si provasse ad essere allievo di Bruno Nettl. Penso proprio che numerosi altri suoi studenti lo ricordino come lo ricordo io, con grande affetto e gratitudine. 

 

Marcello Sorce Keller