Antonín Dvořák in America
Rielaborazione di "Un boemo afroamericano (Dvorak),"
Il Giornale della Musica, marzo 2004. p. 21.

 


Nel settembre 1892 Antonín Dvořák arrivò negli Stati Uniti con la moglie e due figli: era il primo grande compositore europeo a stabilirsi nel nuovo mondo. Era un uomo semplice abituato a una vita modesta che solo da poco aveva ottenuto importanti riconoscimenti quali la laurea “honoris causa”, di Cambridge. La sicurezza finanziaria e il desiderio di contribuire alla creazione di una scuola nazionale americana gli aveva fatto accettare l’offerta di dirigere il National Conservatory di New York: un’istituzione giovane che accettava gratuitamente studenti di talento, specie donne e afroamericani. Il compositore boemo, curioso per natura, si interessò subito a tutto: alle canzoni di Stephen Foster, ai canti afroamericani, alle musiche del Dahomey che ascoltò alla World's Columbian Exposition di Chicago (1893), ai canti degli indiani Kickapoo che incontrò durante un soggiorno in Iowa. Importante gli fu il contatto con uno studente, Harry T. Burleigh, che eseguiva per lui, quando andava a trovarlo, i canti delle piantagioni che aveva appreso dal nonno, originariamente uno schiavo.

Dvořák ne era affascinato. Vi percepiva qualcosa di speciale: "Nelle melodie dei negri d’America io sento tutto quello che è necessario per produrre una grande e nobile scuola musicale. Sono patetiche, gentili, appassionate, melanconiche, solenni, religiose, vigorose, leggiadre…”. L’idea di una musica nazionale basata su quella afroamericana era però un’eresia per l’élite culturale di allora, di formazione squisitamente europea e refrattaria a pensare che potesse mai esserci qualcosa di pregevole in quelle che chiamava spregiativamente “slave songs”.  L’atteggiamento di Dvořák risultava quindi provocatorio, tanto che Edward MacDowell (1860-1908), un compositore importante, legato ai modelli del romanticismo tedesco, lo commentò dicendo che: "…camuffare il cosiddetto nazionalismo con i panni dei negri tagliati in foggia boema non sarebbe di alcun aiuto”!

 

Ma Dvořák continuava a manifestare il suo pensiero con interviste, lettere, articoli e col suo stesso insegnamento. Proprio nel periodo in cui componeva la famosa Sinfonia “From the New World” pubblicò i suoi articoli più accorati, ed è significativo il fatto che quasi contemporaneamente alla première data a Carnegie Hall, nel Dicembre 1893, Dvořák dirigesse con un’orchestra di suoi studenti e un coro di soli afroamericani al Madison Square Garden "Old Folks at Home" di Stephen Foster, dicendo: "Non sono venuto in America per interpretare Beethoven o Wagner"! Il suo interesse per Stephen Foster era solo un aspetto della sua curiosità per i compositori americani, con cui spesso entrò in contatto, come con Victor Herbert, il cui Secondo Concerto per Violoncello (op. 30) influenzò molto il suo stesso Concerto per Violoncello (op. 104): perfino nel sound dell’orchestra che nelle due composizioni è spesso molto simile.

Dvořák trascorse in America circa tre anni, purtroppo angustiati dal forte razzismo che precludeva ai suoi studenti di colore una carriera di alto profilo. Come altri aveva visto nell’America una terra promessa, ma nella realtà delle cose trovò una nazione che per la cultura guardava solo all’Europa e che era del tutto sorda nei confronti dei musicisti afroamericani. Tutto ciò aggravò in Dvořák la nostalgia per la madrepatria, nostalgia che fu solo brevemente mitigata da una visita a una piccola comunità Ceca di Spillville nello Iowa, presso cui trascorse due estati. Così la famiglia Dvořák si sentì, anche se per poco, nuovamente in patria. Fu a Spillville che compose due suoi importanti lavori cameristici, il Quartetto op. 96, detto “Americano” e il Quintetto op. 97. Questo fu il periodo più lieto del suo soggiorno statunitense. Nell’aprile del 1895 tornò in Boemia con l’idea di riprendere dopo qualche mese il suo lavoro a New York, ma poi non lo fece.

 

Dvořák, che con tanta convinzione aveva creduto nel valore della musica afroamericana, non avrebbe forse mai potuto immaginare quanto questa musica sarebbe riuscita a cambiare il profilo sonoro del pianeta in ambiti tanto diversi quali il jazz, il musical di Broadway, la musica da concerto, il rock, e via dicendo. Si può proprio dire che Dvořák sia riuscito a cogliere il potenziale musicale dell’America più di quanto gli americani stessi avessero saputo fare. In un senso molto concreto della parola si può dunque affermare che, musicalmente parlando, Dvořák davvero…scoprì l’America.