Interpretazione invece di composizione
Credo sia lecito affermare che nel corso del Novecento la cosiddetta “interpretazione” sia diventata progressivamente più rilevante nei concerti di quella musica che – a partire proprio dal Novecento – viene classificata come “classica”. La ragione è che tra la fine del XIX e del XX secolo gli esecutori cessarono gradualmente di essere anche compositori (perché ciò avvenne è una questione grossa, non affrontabile in questa paginetta). Di fatto, oggigiorno, anche i più noti concertisti non presentano mai musiche proprie, soprattutto perché non sono in grado di produrne. Nemmeno sono in grado di improvvisare, che altro non è se non una forma di composizione. Si è instaurata così una dicotomia piuttosto rigida: i compositori producono la loro musica e gli esecutori la presentano al pubblico.
Dato che gli esecutori non offrono mai qualcosa di nuovo, occorre evidentemente che presentino nel modo più convincente le cose già conosciute (e per rimpolpare il repertorio si ricorre alle cose antiche). E queste composizioni, suonate e risuonate all’infinito, generano una tradizione esecutiva con la quale diviene inevitabile confrontarsi. Oltretutto, si richiede che la performance sia tecnicamente impeccabile. È giocoforza che ciò avvenga, perché l’esecutore sprovvisto di capacità compositive, se sbaglia, non è in grado di mascherare l’errore con un pizzico di creatività estemporanea. Esistono, per esempio, testimonianze affidabili, le quali ci informano di come Franz List non fosse affatto un esecutore impeccabile; ma era però un piacere, quando sbagliava, vedere come riusciva a cavarsi d’impaccio.
Quando i compositori presentavano loro stessi le proprie più recenti composizioni, il problema della performance e dell’interpretazione evidentemente non si poneva, dato che le composizioni nuove non avevano ancora generato una tradizione interpretativa. Oppure, la questione interpretativa si poneva in forma meno ossessiva. Ciò perché si dava per scontato che l’esecutore (dotato allora di capacità compositiva) non si riteneva legato ad un’assoluta fedeltà a ciò che il compositore aveva messo su carta. Si considerava invece libero di personalizzare il brano, adattandolo al proprio gusto e alla propria destrezza manuale. In questo modo la ripetuta presentazione di uno stesso brano dava luogo ad una vera e propria famiglia di varianti, simile a quella che generano le tradizioni orali. Tale famiglia era da vedere come una continuazione del processo compositivo di cui “l’autore” era solo il primo anello di una catena, in linea di principio, senza fine. Questo ne costituiva il fascino.