Musica classica e funerea

 

Data la mia veneranda età, ricordo con nitidezza il giorno in cui la RAI, Radiotelevisione Italiana, comunicò l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy: il 22 novembre 1963.

 

Ricordo anche che la programmazione fu immediatamente interrotta in segno di lutto. La televisione mandò in onda l’immagine fissa del “monoscopio” – che gli anziani come me probabilmente ricordano – mentre l’audio iniziava simultaneamente: musica classica, trasmessa senza interruzione per numerose ore, quante esattamente non lo rammento più.

 

Già allora ero un aspirante musicista e mi sorprese che la musica “classica” fosse considerata adatta a commemorare eventi tragici. Il repertorio classico io lo vivevo – e lo vivo ancora – con passione e gioia. Mi stupiva, dunque, che la Quinta Sinfonia di Beethoven (mio padre l'aveva appena acquistata in disco, diretta da Toscanini) fosse adatta a far da colonna sonora ad un momento di così grave lutto.

 

Oggi però comprendo come sia accaduto, e comprendo perché, ancora, la musica destinata a momenti tragici debba essere “classica”. C’è da ricordare che il concetto stesso di musica “classica” fu elaborato nel tardo Ottocento e consolidato agli inizi del secolo successivo, dopo la Prima Guerra Mondiale. Ciò avvenne soprattutto nel mondo austro-tedesco, sotto l’impulso dei nazionalismi che agitavano l’Europa. Il nazionalismo aveva bisogno di monumenti che esprimessero l’anima delle nazioni. Fu così che la musica del passato, coltivata per lo più in ambienti aristocratici, acquisì la connotazione di “musica seria” – anche quando nasceva come semplice forma di svago e intrattenimento.

 

È per questo che oggi la Sinfonia “Sorpresa” di Haydn viene ascoltata in religioso silenzio, e che nessuno sorride divertito quando nelle Variazioni Diabelli, Beethoven cita l'aria di Leporello dal Don Giovanni di Mozart. Non intendo dire che il repertorio definito come “classico” non contenga anche opere intenzionalmente serie; lamento piuttosto che alle musiche allegre, giocose e sbarazzine di quel repertorio sia stata attribuita, retroattivamente, una gravità che all’origine non possedevano. Musiche concepite per il piacere e il divertimento diventarono dunque “serie”, al punto da considerarle adatte alle cerimonie funebri. Io dubito profondamente che questa impropria attribuzione di significato sarebbe stata apprezzata dai compositori che le crearono.