Il fastidio della buona musica

 

È davvero molto bella la Sinfonia in Sol minore di Wolfgang Amadeus Mozart. Ma siete proprio sicuri che, in ragione della sua indiscussa bellezza, sareste disposti ad ascoltarla proprio in qualunque momento? Io no. E non credo di fare torto a Mozart se lo dico così nettamente. Direi la stessa cosa di qualunque altra musica bella di qualunque altro compositore. Infatti, anche la bella e buona musica può disturbare; per esempio, anche proprio quando piace troppo e non siamo quindi nello stato d’animo adatto per far fronte al suo impatto emotivo. È esemplare a questo riguardo il caso descritto da Marcel Proust di Mme Verdurin la quale, a volte, era addirittura sopraffatta dalla bellezza della musica, al punto di sviluppare un feroce mal di testa: un caso di gradimento sofferto e quindi da esperire con cautela e senso della misura. 

 

Del tutto diverso invece è il caso del gerente di un ristorante in cui una volta chi vi parla si lamentò della musica di fondo. Questo signore si manifestò assai sorpreso e dichiarò con enfasi che si trattava di…“musica classica”! Secondo lui, quindi, avrei dovuto gradirla per forza – a meno di non volere essere considerato un incolto. Come si può non gradire la musica classica! Ne deriverebbe allora che in ogni momento, in ogni luogo un bel brano musicale sia sempre da gradire. Ma non è così: la quantità può fare la differenza (in inglese si dice “too much of a good thing...!”), e poi naturalmente gioca il contesto, la funzione, l’occasione (esterna o interiore). 

 

Forse occorrerebbe ripensare il concetto di “capolavoro” e accettare come tale non tanto l’oggetto sonoro di determinate caratteristiche qualitative e storiche, ma invece quella “performance” (buona o anche modesta) che meglio riesce a rendere più significativo, gradevole o emozionante un determinato momento e una determinata occasione della nostra vita. Anche una imperfetta esecuzione amatoriale di un brano frivolo può essere di grande valore (umano e sociale) quando raggiunge lo scopo che si prefigge, magari quello di favorire la convivialità e il buon umore di un certo gruppo di persone (al momento giusto, nel luogo giusto); stato d’animo che magari in quello stesso momento un’impeccabile esecuzione della “Wanderer-Phantasie” di Schubert (magari nel pomposo arrangiamento di Franz Liszt) potrebbe anche mortificare. Ecco, quindi, l’importanza di iscrivere nella Costituzione degli stati civili il diritto del cittadino di poter sempre scegliere quale musica ascoltare, quando ascoltarla o di non ascoltarla affatto.

 

Del resto, nessun goloso, amante di gelato, vorrebbe mangiarlo in qualunque momento o magari vederselo buttato addosso come ci viene versata addosso la musica all’ingresso di un supermercato. Con la musica avviene spesso. Troppo di sovente ce la fanno trangugiare in modo non dissimile a come le povere oche vengono ingozzate per produrre il fois gras. È bulimia forzata. La tecnologia aiuta a metterci in questa sofferta situazione. C’è da dire a questo proposito che, se da un lato, addirittura secoli fa, il filosofo Tommaso Campanella nella sua “Città del Sole” aveva sperato che un giorno sarebbe stato possibile “conservare i suoni”, non appena ciò divenne realtà furono in molti a comprendere subito non solo i vantaggi, ma anche i seri pericoli creati dalle tecnologie del suono. Il compositore Sir Arthur Seymour Sullivan, per esempio, quando incontrò Edison che da poco aveva inventato il fonografo, disse: "Sono sorpreso e spaventato. Sorpreso da questo potere fantastico e spaventato al pensiero di quanta musica brutta e sgradevole potrà essere conservata per sempre"! (Howard Goodall, Big Bangs, The Story of Five Discoveries that Changed Musical History. London, Vintage, 2001, pagg. 188). Sir Seymour Sullivan aveva ragione a preoccuparsi della cattiva musica, ma non aveva previsto che le tecnologie del suono sarebbero arrivate, in qualche caso, a farci detestare – anche quella buona!