Accordi grassi, accordi magri

 

L’amico e collega Marco Moiraghi mi ha ricordato giorni fa che, all’inizio del ’900, Bartók dichiarò di voler rendere più magri ed essenziali i “grassi accordi tardoromantici”. Indubbiamente lo fece. Marco Moiraghi me lo disse quando gli raccontai di come Armando Trovajoli mi avesse esortato a evitare accordi “dietetici” e a metterci dentro un po’ più di sostanza.

 

Ci ho riflettuto e ritengo ora che la contraddizione tra le due posizioni, quellka di Bartók e quella di Trovajoli, sia solo apparente. Bartók aveva alle spalle la tradizione tardoromantica, con tutti i suoi eccessi di sonorità ricche, opulente e avvolgenti. È comprensibile che volesse reagire ad essa a volte, forse, anche eccessivamente, come quando i suoi accordi addirittura perdono valore funzionale e vanno esperiti quasi come concrezioni rocciose che marcano il percorso.

 

Anche Webern reagiva al tardo romanticismo e, in particolare, ai suoi modi esecutivi iper-espressivi – si pensi al largo vibrato dei violini. Così è accaduto che la sua musica sia stata spesso eseguita arrivando all’estremo opposto, cioè in modo esageratamente secco e inespressivo. Mi sembra plausibile sospettare che Webern rifiutasse gli eccessi tardoromantici, ma non volesse neppure che le sue composizioni fossero eseguite in modo totalmente asciutto e asettico.

 

Quanto alla costituzione degli accordi, la questione è un po’ diversa. Quando un musicista nutrito di jazz, come lo era Trovajoli, parla di accordo “ricchi”, questo non sono tali in virtù della loro pienezza, corposa risonanza, generata da raddoppi e vibrazioni di simpatia con le note adiacenti (come in Brahms). Al contrario, nella tradizione jazz un accordo ricco contiene, oltre alla triade che lo identifica, anche estensioni come quali la nona, l’undicesima e tredicesima, con un “voicing” rarefatto che evita i raddoppi e, a volte, sopprime perfino le note della triade di base.

 

Un esempio al riguardo è il pianista Red Garland che, a partire dagli anni ’50, evitò quasi sempre di produrre la fondamentale degli accordi. La logica era che il nostro sistema tonale, dopo circa cinquecento anni di esistenza, è così ben assimilato che la fondamentale viene psicologicamente “avvertita” anche quando fisicamente assente. Sono invece le estensioni superiori dell’accordo ad aver bisogno di presenza perché, lontane dalla fondamentale nella serie degli armonici, non vengono “esperite” se non sono effettivamente espresse. . Meglio, se disposte a parti larghe, così da farle respirare.

 

L’ideale di questo approccio all’armonia è, almeno per me, rappresentato da Bill Evans. Ogni tanto mi metto alla tastiera e provo ad imitarlo. Se continuerò a farlo, con costanza, per i prossimi trent’anni, forse riuscirò ad avvicinarmi a quel modello. In tal caso mi esibirò in un recital, invitando gli amici e colleghi più stimati. Tra questi, naturalmente, Marco Moiraghi. Abbi pazienza, Marco, ci vorranno trent’anni.