Ascoltare la musica che non ci piace (anche quella che odiamo) per comprendere altri mondi

Corriere del Ticino, 6 marzo 2012

Spesso mi è capitato di chiedere a dei teenager, che tipo di musica ascoltassero. La risposta era, invariabilmente, la stessa: «di tutto». Purtroppo non era mai vero. In quel «tutto» non era infatti compreso il 99% delle musiche di questo pianeta. In quel «tutto» non c'era né Bach, né Mozart, né Brahms, nemmeno Duke Ellington, Miles Davis o Charlie Parker, nemmeno Winton Marsalis o Philip Glass e - naturalmente - nemmeno la musica di altri continenti (Gamelan di Giava e Bali, Kroncong e Jaipongan dal resto dell'Indonesia, il Gagaku giapponese, il Radif persiano, la popular music dell'America latina, dei Paesi Scandinavi, di Cina e sud-est asiatico, Oceania ecc., ecc.). È curioso davvero che sia tanto facile considerasi musicalmente onnivori (e non lo pensano poi solo i giovani) quando nella realtà ci si nutre solo di piccoli scampoli estratti dai macrogeneri più facilmente accessibili: classico, jazz, poprock, world-music. E quando si arriva a questo è spesso già tanto. I più limitati, quanto a latitudine di ascolto, bisogna pur dirlo, sono proprio i musicisti. Più che essere veramente appassionati «di musica» i musicisti di mestiere sono molto spesso appassionati solamente del tipo di musica che loro stessi praticano, ad esclusione di quasi tutti il resto.


Chi musicista invece non è si limita in genere, con poche eccezioni, ad ascoltare quei due o tre generi che maggiormente gradisce. È raro, invece, incontrare persone che si prendono la briga di assaggiare musica che a loro non piace. Non intendo, dicendo così, riprendere l'idea puritana che «tutto è lecito, a meno che non dia piacere». Vorrei piuttosto suggerire che, se non si cerca nella musica solo un piacevole solleticar di orecchie o emozioni da montagne russe, se vogliamo riconoscerla come cimento conoscitivo, come processo attraverso cui guadagnare conoscenza sugli esseri umani che la producono e usano (e attraverso gli altri, in definitiva, conosciamo poi meglio noi stessi), allora ascoltare la musica che piace vuol dire chiuderci in un piccolo intorno e dimenticare il mondo. La musica a noi gradita è quella che ci localizza in un tempo e ambito della società (occidente, nazione, classe sociale, gruppo minoritario, ecc.). È in ragione della sua collocazione sociale che nessuna musica piace mai a tutti e mai lo potrebbe. In altre parole, quando una musica ci piace allora il suo significato sociale diventa trasparente, non lo vediamo proprio. A quel punto ascoltarla è, dal punto di vista di un guadagno conoscitivo, praticamente tempo perso. Se poi analizziamo le ragioni per cui una musica ci attira troviamo sempre, non dico qualcosa di ignobile, ma almeno qualcosa di un poco meno che nobile (il desiderio di fare parte di un gruppo e, come dice, Bourdieu separarci dagli altri sulla base del «gusto»). Il solo comportamento veramente nobile allora, quello che ci riscatta, è di ascoltare la musica che non ci piace - la musica degli altri. Perché questo vuol dire uscire dal guscio, dal nostro habitat, dall'ambiente di coloro che sono simili a noi, e incontrare gli altri proprio dove l'incontro richiede più sforzo - in quel loro mondo simbolico che si traduce in forme di suono.


La mia può sembrare a tutta prima una proposta, come dicevo all'inizio, quasi puritana o al limite del masochismo. Ma in realtà è il contrario. La vera autoflagellazione consiste invece nel privare noi stessi dello strumento più utile a comprendere gli umani che sono diversi da noi, quelli che vedono il mondo differentemente, perché collocati culturalmente altrove. Si ha un bel negare, e lo facciamo spesso, di essere xenofobi o razzisti. Potremo dire di non esserlo davvero, solo quando saremo disposti, tramite la musica, ad entrare nel modo di pensare di gruppi umani culturalmente distanti, nel loro modo di vedere il mondo, proprio con quella loro musica che a noi non piace. Per questa ragione ho il sospetto che a me, e a tutti coloro che con me finiranno all'inferno, verrà inflitto il perpetuo ascolto di musica a noi graditissima; quella che ci riflette senza problemi, quella che corrisponde a quanto il nostro piccolo ambiente di riferimento ci ha consentito di essere. Ogni divenire sarà così negato - definitivamente. Saremo costretti, in eterno, ad essere solo quel poco che siamo riusciti ad essere, senza la speranza che una qualche musica sgradita ci tiri fuori dalla angusta nicchia che abitiamo e ci guidi verso la comprensione dei tanti altri modi possibili di essere umani.