...E la chiamano «musica classica»!
(Corriere del Ticino, 29 febbraio 2012)



Quando ero giovane, con tanto di barba e capelli lunghi, un doganiere lesse sui miei documenti che ero musicista. Allora, con aria inquisitiva chiese quale tipo di musica praticassi. Prontamente risposi: «Musica classica, naturalmente!» e sembrò rassicurato. Nella successiva, breve conversazione mi resi poi conto che, pur se trovava la dizione «musica classica» rassicurante, in realtà nulla sapeva di Bach, Mozart o Brahms; ma, evidentemente, riteneva che una persona dedita al «classico» fosse - per definizione - più affidabile di chi pratica punk rock.


Diciamolo pure che l'idea di aristocrazia messa fuori corso dagli Stati moderni, sopravvive caparbiamente in ambito musicale, nella gerarchia dei «generi»: alcuni nobili, altri meno, altri addirittura plebei. I «nobili», si sa, anche se non frequentati, vanno pur sempre riveriti - e il doganiere osservava la norma. Ma cosa è poi mai questa tanto nobile «musica classica»? Vorrebbe essere una tradizione che collega con continuità un modo pretenziosamente serio di concepire l'uso del suono, che inizia con Hildegard von Bingen per arrivare fino a Luciano Berio, John Adams e oltre. Ma questa è solo fiction! Mettiamo così nello stesso cesto forme sonore prodotte con ricette diverse e per usi e scopi differenti, raramente compatibili tra loro. Solo poche di queste «musiche» furono prodotte con «intenzione artistica» e spesso non sono poi quelle che apprezziamo maggiormente. Tanta della musica riverita come «classica», per esempio, fu concepita come intrettenimento, con intento commerciale e niente affatto per essere «ascoltata» (avec la tête dans le mains, come diceva Cocteau); ma piuttosto per essere «sentita» come sottofondo.


Quando mettiamo tutti questi differenti prodotti nello stesso cesto, offendiamo in realtà la specificità dell'intento che li ha generati. Tra l'altro, noi stessi siamo ben consapevoli del fatto che nel cesto ci sono cose belle, meno belle e altre che sono, secondo il gusto di oggi (che ne ignora la funzione originaria), bruttarelle assai. Eppure ci ostiniamo a parlare ancora di musica «classica» e trascuriamo le differenze. Insomma, abbiamo creato un repertorio simile al mostro del Dr Frankenstein, lo abbiamo messo sull'altare e lo ostentiamo come «cultura». Così, in quanto suoi adepti, possiamo autocertificarci persone colte. Ma in realtà, proprio per la sua natura raccogliticcia non sappiamo nemmeno definire questa cosiddetta «musica classica». Sembrerebbe a tutta prima che la nostra idea di «classico» musicale costituisca una categoria estetica, legata quindi ad artefatti qualitativamente superlativi, dotati di tale valore intrinseco da resistere e superare di slancio la «prova del tempo»... ma poi in realtà il loro livello qualitativo è quanto mai disomogeneo. Buona parte di questa musica, detta «classica», la «prova del tempo» non l'ha superata affatto, e oggi non la si esegue proprio mai. Se con «classico» desideriamo indicare invece un periodo cronologico (come avviene in altre arti), ebbene, la musica che sarebbe veramente «classica», è quella della Grecia antica, ma non la possediamo e non abbiamo la minima idea di cosa realmente fosse. Se invece decidiamo di definire «classica» una musica che sia, magari, anche moderna ma conforme a modelli di provata qualità, allora i modelli semplicemente non ci sono; in realtà, tanta della musica che si dichiara «classica» non vuole comunque rifarsi ad alcun modello precedente - e quale classicità può dunque esistere senza modelli!


Sarebbe una buona idea di non dare una patente di aristocrazia a nessuno stile musicale, repertorio o genere e di non crearne artificialmente alcuno. Nessuna musica, nemmeno la migliore, ha bisogno di essere messa sull'altare a beneficio di adepti che la considerino bandiera del proprio status elitario.
La musica, ogni musica, ha bisogno di passione e non di venerazione. Non diamole etichette. Apprezziamola, quando è il caso, e indichiamola piuttosto solo attraverso i nomi dei musicisti che la producono.